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Massimo Gatta recensisce sul supplemento “Domenica da collezione” de Il Sole 24 Ore “Il sorbetto di Leopardi” di Alberto Savinio

 

Amaro gelato di Leopardi

L’articolo che causò la chiusura della rivista «Omnibus» di Longanesi era un pezzo di Alberto Savinio sul mal di pancia che portò alla morte il poeta. Ora viene ristampato

Massimo Gatta
Povero Giacomo Leopardi. Mai avrebbe pensato che la sua morte, a distanza di un secolo, potesse esser causa di un gran putiferio politico-giornalistico-letterario: chiusura del primo rotocalco davvero moderno, allontanamento del suo direttore, enfant terrible del giornalismo italiano, censura di uno scrittore geniale e inclassificabile. Oggi, grazie a una micro casa editrice bolognese dal nome sartriano, molto interessante e specializzata nel recupero archeologico di rari testi scomparsi dalla memoria collettiva, abbiamo finalmente la possibilità di rispolverare un intrigante affaire, in apparenza letterario, firmato Alberto Savinio.
Ma procediamo con ordine. Leopardi muore a Napoli il 14 giugno 1837 durante l’epidemia colerica. Centodue anni dopo, in occasione delle celebrazioni, Alberto Savinio gli dedica un lungo articolo, Il sorbetto di Leopardi, pubblicato sul n.4 del 28 gennaio 1939 di «Omnibus», settimanale di attualità politica e letteraria che il geniale frondista Leo Longanesi fonda solo due anni prima. Sarà l’ultimo numero. Giornale chiuso, Longanesi e Savinio mandati a spasso.
Provvedimento telegrafico firmato Dino Alfieri, ministro del MinCulPop, all’indirizzo del prefetto di Milano (il settimanale era stampato a Milano da Angelo Rizzoli): «Prego V.E. disporre che settimanale “Omnibus” edito da Rizzoli-Milano sospenda sue pubblicazioni per revoca riconoscimento del gerente responsabile Leo Longanesi causa atteggiamento tenuto periodico in questi ultimi tempi». Ma quali fossero questi “atteggiamenti”, tollerati da Mussolini ma fino a un certo punto, lo si intuisce tra le righe del telegramma che il podestà di Napoli, Giovanni Orgera, invia ad Alfieri all’indomani della chiusura di «Omnibus», dove esprime il «ringraziamento della città per il vostro energico rapido salutare provvedimento». Ma che c’entra il povero Leopardi in una faccenda dai chiaroscuri dichiaratamente politici? C’entra eccome, perché Savinio nel suo bellissimo scritto, tra altre riflessioni ironiche, pungenti, criptiche, si dilunga su due episodi spinosi: la morte, appunto, del poeta nazionale causata dalla di lui sfrenata passione per «gelati, sorbetti, mantecati, spumoni, cassate e cremolati» (Savinio), che quasi quotidianamente amava gustare al Caffè d’Italia (chiuso nel 1936).
Per tale ingordigia, che strideva con l’immagine seriosa del poeta dell’Infinito, lo stesso sarebbe morto «di una leggera colite che i napoletani chiamano “a cacarella”» (Savinio), termine questo dialettale che in realtà indica una forte e ripetuta diarrea. La traduzione scatologica del tragico epilogo leopardiano fu in realtà solo una scusa con la quale il regime impugnò l’arma della censura contro un brillante settimanale, e il suo direttore, che da troppo tempo costituivano una spina nel fianco e che, seppur tollerati, continuavano a pestare troppi piedi importanti. Leopardi, gloria nazionale, non andava offeso con riferimenti alle sue umane, troppo umane passioni di goloso, accostato poi alla prosaica cacarella intestinale, di cui fu certo vittima. Savinio verso la fine dell’articolo, e veniamo al casus belli, in un acuto, ironico e flautato passaggio si dilunga sulla chiusura, pochi mesi prima, di un altro storico caffè napoletano, il Gambrinus, che ancora oggi accoglie il pubblico all’angolo di via Chiaia.
Scrive Savinio, come meglio non si potrebbe: «Ma il Gambrinus non c’è: il Gambrinus non c’è più …. L’aria di Napoli è esiziale ai bei caffè, come le rose sono mortali agli asini». Impareggiabile Savinio. Quanta arguzia in pochi millimetri di testo, con la categoria degli asini in prima fila a dire quanto le chiacchiere antifasciste («le rose»), che s’involavano dai tavolini del Gambrinus, fossero esiziali alle orecchie del prefetto di Napoli e consorte («agli asini») che, proprio sopra le sale del caffè affrescate da Migliaro, Caprile e Volpe, avevano gli appartamenti privati. L’equazione asino-prefetto era fin troppo evidente a chi avesse “orecchie per leggere”, e il regime le ebbe e il povero conte Leopardi andò di mezzo.
Altri erano i bersagli, altre le idee da combattere, altri i giornalisti e scrittori di «Omnibus» da mettere a tacere (Barilli, Missiroli, Landolfi, Brancati, Moravia, Patti, Vittorini), altri i giornali da chiudere. Altro che Leopardi.
Il Gambrinus era stato chiuso, chiuso «Omnibus», mandati a spasso Longanesi e Savinio. Eppure nelle sue sale, ridotte dopo la chiusura a raffinato scenario del Banco di Roma, e a quei tavolini, fin dal 1890 quando era nato col nome di Gran Caffè, si era seduta tutta la grande tradizione letteraria fin de siècle, Scarfoglio, Di Giacomo, Zola, d’Annunzio, Oscar Wilde. Insomma Leopardi venne utilizzato dal regime; benché alla fine anche lui avesse realmente un debole per la bassa materia culinaria, come ha dimostrato Giuseppe Marcenaro in uno scritto del 2005 (Morire di gelato), dove ha pubblicato tra l’altro reso noto un rarissimo reperto manoscritto leopardiano, Lista di cibi, con elencati quelli di cui il conte era particolarmente ghiotto.
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Alberto Savinio, Il sorbetto di Leopardi, Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni, Bologna, pagg. 40, € 3,50